Alessandro Fo

Alessandro Fo

Professore Lingua e Letteratura Latina

BIO

Alessandro Fo (1955) insegna Lingua e Letteratura Latina all’Università di Siena. Come saggista ha privilegiato a lungo lo studio della tarda latinità, collaborando fra l’altro all’Antologia della poesia latina dei «Meridiani» Mondadori (a cura di Luca Canali, 1993) e al manuale di letteratura latina diretto da Maurizio Bettini (La Nuova Italia 1995).

Si occupa anche di fortuna letteraria dei classici (Catullo, Virgilio, Orazio, Ovidio, Rutilio Namaziano) e di letteratura italiana contemporanea (specialmente Angelo Maria Ripellino, di cui ha curato una decina di volumi). In particolare evidenza l’attività di traduttore, che si collega al suo profilo di poeta. Oltre ad Apuleio (Le metamorfosi e La favola di Amore e Psiche: Einaudi 20102 e 2014), l’edizione commentata di Rutilio Namaziano, Il ritorno (Einaudi 19942), e, nella «Nuova Universale Einaudi», le due traduzioni in versi, dell’Eneide di Virgilio (con studio introduttivo, 2012; Premio von Rezzori 2013¸registrazione integrale: https://www.spreaker.com/show/3285688) e di Catullo, Le poesie (testo critico, introduzione, traduzione e commento, 2018). Fra le sue raccolte di versi: Otto febbraio (Scheiwiller 1995); Piccole poesie per banconote (Polistampa 2002) e, per Einaudi, Corpuscolo (2004) e Mancanze (2014), che ha ottenuto il Premio Viareggio per la poesia.

L'intervento

«Avanzare retrocedendo»: classici e poesia fra passato e futuro

Avanzare retrocedendo: una scherzosa battuta di Carlo Emilio Gadda sul difficile compito dei «consiglieri» dà il la a una breve riflessione sul posto dei testi antichi (e della poesia) nel presente e nell’avvenire. Esistono libri che si potrebbero definire ‘da conversione’: opere che, inattese e come in agguato, spostano la tua vita e ti indirizzano lungo un nuovo itinerario. Un poeta ‘minore’ della tarda antichità come Rutilio Namaziano, incontrato per caso al liceo, può mutare uno studente svogliato in latinista; e un estroso poeta e saggista come Angelo Maria Ripellino può indicare poi al latinista come fuggire la pedanteria, «teatralizzare la vita» e gli studi, non smarrire il passo dell’oggi. Nelle diverse e varie circostanze in cui possono svilupparsi, simili ‘conversioni’ sono poi propiziate da qualcosa di ancora più misterioso e insondabile, e cioè una sorta di vocazione. Nel mio caso, una inclinazione per l’espressione poetica. Di qui la spinta verso l’esercizio del tradurre, e in particolare tradurre poeti latini in versi italiani. Il primo privilegio di un traduttore consiste nel potersi accostare in profondità agli autori amati, assegnando loro addirittura la sua personale voce: un impegno da mantenere tuttavia nell’orbita del servizio al testo, senza cedere alle tentazioni delle derive narcisistiche. E una sfida che si fa ricerca di fedeltà attraverso il tentativo di riprodurre sistematicamente nella lingua d’arrivo – pur senza snaturarne i tratti con indebite forzature – gli assetti metrici, le costanti lessicali e espressive, i giochi fonici, e ogni altro possibile preziosismo del testo mediato. Con i classici greci e latini interviene poi il secondo privilegio di contribuire a ridurre una distanza, favorendo la loro persistenza, il loro riproporsi in vesti aggiornate nella modernità. Da questo punto di vista, la pratica della traduzione viene per me a convergere con un percorso di studi che esplora l’inesausta vitalità di certi grandi temi depositati da autori come Catullo, Virgilio, Orazio o Ovidio nella letteratura di oggi.

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